giovedì 18 ottobre 2018

FALSOMAGRO SICILIANO



Il Falsomagro  già dal nome, con cui i Siciliani da Est ad Ovest da Nord a Sud  dell’Isola chiamano questo preparato di carne, dice tutto!
Si chiama così perché vuole indicare una pietanza di carne che all’aspetto sembri “magra”, ma che invece magra non è, per la presenza nel ripieno di cacio, mortadella e uova!!
Ovviamente come tutte le ricette tipiche della Sicilia ogni città o provincia, ma più di tutto ogni famiglia, ha la SUA ricetta, e così a Catania è diversa da quella di Messina e Palermo, a Catania si va di mortadella, a Palermo di prosciutto, c’è chi usa la pancetta! Una cosa in comune comunque c’è, oltre alla bontà indiscussa, ed è che parliamo di un rotolo di carne di fesa di manzo riempita di ingredienti che regalano tutto il sapore a questo piatto tipicamente Siciliano!
Qualche cenno  storico ci dice che c’era già qualcosa di simile ad un rotolo di carne farcito, durante la dominazione Aragonese in Sicilia nel XII secolo, ma si parla di “rollò”.
Probabilmente la nascita di questa ricetta risale all’epoca dei Monsù, quando  per  sbalordire gli ospiti,  i cuochi delle famiglie nobili cercavano sempre ricette nuove ed in questo caso inventarono un piatto di carne chiamato “farcie de maigre”, cioè carne farcita con verdure, farcita di magro appunto,
ma come è di solito il popolo Siciliano tradusse  “farcie de maigre”   in “falsomagro”, e pensò quindi non ad una farcia “magra” come le verdure e gli odori, ma a qualcosa di “falsamente” magro…come salsicce, uova e formaggi!!!
Nell’Agrigentino lo si chiama anche “braciulùni”, che altro non è che la versione di quelle che sono le braciolette, piccoli involtini ripieni, del Messinese!
La versione Catanese originale non ha presenza di pomodoro, anche se molti diranno il contrario, mentre il pomodoro in salsa o in concentrato è presente in tante altre provincie! C’è chi mette l’uovo sodo, chi una frittatina, chi magari ha riportato la ricetta di famiglia con la presenza di verdure, quali spinaci e pisellini, impossibile affermare quale sia la versione ufficiale, perché a mio avviso non esiste… l’unica regola fissa è che si tratta di un rotolo di carne farcito di base con macinato di carne più  tutto quello che lo renderà un secondo da ricordare! Si tratta dunque  di un piatto Siciliano per eccellenza, che fa piatto della Domenica, di piatti dei giorni di festa!
Io ho unito un po’ tutta la Sicilia, perché ho messo la mortadella come a Catania, ma ho anche aggiunto il concentrato di pomodoro come in altre zone dell’isola!
A voi la scelta di provare e gustare!


FALSOMAGRO SICILIANO – Farsumagru

700 g di fesa di manzo in un un’unica fetta (aperta a libro)
200 g di carne di manzo macinata
150 g di salsiccia (priva del budello)
200 g di formaggi : Caciocavallo, pecorino con pepe, provola
(Io li ho messi grattugiati)
100 g di mortadella (una fetta spessa  ½ cm)
1 uovo
3 uova sode piccole
1 cipolla piccola
1 cucchiaio di pisellini freschi  sbollentati (facoltativo)
Prezzemolo
2 spicchi d’aglio (potete ometterlo dalla farcia, ma non per
insaporire il sughetto di cottura)
1 cipolletta fresca
Sale
Pepe
1 cucchiaio di concentrato di pomodoro
2 cucchiai di olio extra vergine di oliva
1 cucchiai di sugna (strutto buono!)
½ bicchiere di vino rosso
150 ml di acqua
(in aggiunta come contorno pisellini )

Preparate la farcia mescolando, con le mani in una ciotola,  il macinato di carne con la salsiccia
sgranata, se lo gradite unite uno spicchio di aglio tritato finissimo a cui avrete levato “ l’anima”, prezzemolo e cipolla finemente tritati,  l’uovo crudo, la mortadella a cubetti  finissimi, i formaggi grattugiati (ma potete anche scegliere di farcire il vostro falsomagro con uno dei formaggi a listarelle), il sale e il pepe.


Aprite la fesa di manzo a libro, ottenendo un rettangolo (senza lacerazioni e/o buchi), eventualmente se lo preferite o non avete un coltello adatto chiedete che ci pensi il macellaio, e spalmate la farcia su
tre quarti della fetta di carne, lasciando un quarto di carne libero per poterlo arrotolare senza rischiare fuoriuscite di ripieno. Nella parte iniziale della farcia, quella che verrà arrotolata per prima, fate tre fossette dove adagerete le tre uova sode, spargete (se vi piace l’idea, ma è solo per dare più “fantasia” alla fetta una volta cotta e tagliata) un cucchiaio di pisellini sbollentati e chiudete il rotolo.  Piegate bene a chiusura le due  estremità del vostro falsomagro e legate bene con lo spago da cucina e salatelo.























In un tegame ( lo potrete anche cuocere al forno) fate rosolare lo spicchio d’aglio con la cipolletta fresca e pepe nello strutto e nell’olio extra vergine di oliva, e a questo punto “sigillate” il pezzo di carne farcito da tutti i lati. Aggiungete il vino rosso e fatelo sfumare a fuoco vivace. Nel frattempo
sciogliete il concentrato di pomodoro con l’acqua e una volta che il vino sarà evaporato versatelo nel tegame. Chiudete con un coperchio e lasciate cuocere circa 90 minuti, ricordandovi di tanto in tanto di girare il falsomagro.
Una volta cotto fatelo riposare, preferibilmente servitelo tiepido o anche a temperatura ambiente (e questa è una cosa molto comoda, perché potete preparare questa pietanza anche il giorno prima).
Per completare togliete il pezzo di carne dal suo sughetto e cuoceteci dei pisellini che servirete caldi  nel piatto di portata insieme alle fette di carne.


Bibliografia: “Profumi di Sicilia -Il libro della cucina Siciliana” di Giuseppe Coria- ed. Cavallotto

martedì 16 ottobre 2018

GIRELLE di PANE con IMPASTO da ROSTICCERIA PALERMITANA OTTO ANNI di BLOG e il WORLD BREAD DAY 2018


Incredibile come io abbia questo blog da ben otto anni! Io sono una di quelle persone che perde la passione per qualcosa dopo un po' di tempo, che molla se non si diverte più, ma questo blog ha resistito. Si è vero che ha momenti di "abbandono", ma di fatto e nella realtà non lo abbandono mai, è il mio angolino dove trovo ricette che spesso avrei perso su foglietti mai più ritrovati, il luogo dove ho raccontato qualche piccolo aneddoto quotidiano, che sarebbe stato riposto in cassetti chiusi della mia mente, è l'archivio di tanti momenti a cui le mie ricette sono collegate.
Il 16 ottobre, e questa cosa mi ha sempre fatta sorridere per la casualità, è anche il giorno internazionale del PANE e da quando ho scoperto questa coincidenza mi piace sempre unire le due cose in questa data. In fondo il pane è il simbolo globale, storico di tutto quello che riporta al cibo in tutto il mondo.
La ricetta che propongo oggi non è nulla di nuovo se si frequenta il gruppo di Paoletta Sersante su facebook, perchè è quella della Rosticceria Palermitana, che io ho usato per fare delle semplicissime girelle di pane da accompagnare come appetizer a salumi e formaggi. È un impasto così versatile che davvero lo si può trasformare in "pane" invece che pizzette, rollò e quanto altro.



Con questa ricetta festeggio il mio blog e partecipo alla giornata Mondiale del Pane 2018. il World Bread Day


GIRELLE di PANE con olio, aglio e pepe (impasto della Rosticceria Palermitana) di Ecucinando

600g di manitoba 
400 g di farina 00

100 g di strutto
100 g di zucchero semolato (80 g se si vuole usare lo stesso impasto per fare cose fritte)
18 g di sale
3 g di lievito di birra disidratato (se usate quello fresco 10 g)
160 g di acqua*
500 g di latte
1 cucchiaio di olio extra vergine di oliva



Per farcire (ma qua siete liberi di fare come preferite con formaggi, salumi, salse etc etc)
olio extra vergine di oliva
polvere di aglio 
pepe macinato al mulinello


Nella ciotola della planetaria (o se lavorate a mano in una ciotola capiente) preparate il lievitino mescolando i 500 g di latte con 500 g di farina e il lievito di birra, coprire la ciotola con pellicola trasparente e lasciate riposare per circa 90 minuti.

Una volta pronto inserite tanta farina quanta ne basta a rendere l'impasto più consistente e lavorate, continuando ad inserire acqua, zucchero e farina. Con l'ultima parte di zucchero inserite anche il sale. Ricordate ogni tanto di ribaltare l'impasto dentro alla ciotola della planetaria con l'aiuto di una spatola o tarocco,
Quando la massa risulterà incordata e liscia inserite lo strutto poco per volta e alla fine il cucchiaio di olio.
Mettete in una ciotola a raddoppiare, coprendo con pellicola trasparente.
Oppure ( ma se optate per una lunga lievitazione in frigo dimezzate il peso del lievito), riponete in frigo anche tutta la notte, ricordandovi però di tirare fuori l'impasto almeno due ore prima di lavorarlo.
Rovesciate l'impasto su un piano di lavoro e allargatelo a rettangolo con l'aiuto di un mattarello, dello spessore di 1 cm, spennellate con olio extra vergine di oliva, spolverate con la polvere di aglio e spargete con pepe nero. Arrotolate l'impasto e tagliatelo a girelle dello spessore di 1 cm circa o a vostra preferenza (ricordate che più alti saranno e meno croccanti li otterrete, al contrario se li fate più sottili saranno meno morbidi).
Mettete le girelle di pane sulle leccarde del forno rivestite di carta forno, coprite con pellicola e lasciate lievitare un'oretta. 
Preriscaldate il forno a 180°C.
Infornate e a seconda di quanto spesse avete tagliato le girelle cuocetele fino ad una buona doratura.

Note: potete anche congelare le vostre girelle di pane conservandole in sacchetti per alimenti. prima di servirle sarà sufficiente ripassarle in forno ben caldo per un massimo di 8-10 minuti.

Enjoy!!!


giovedì 11 ottobre 2018

SYRNIKY e SAN PIETROBURGO





Qualche giorno prima di Pasqua siamo andati a San Pietroburgo e sono felice di averlo fatto giusto in tempo per poter camminare ancora sulla Nieva ghiacciata e anche sul mar Baltico, perchè dal 1 Aprile di ogni anno non si può più fare fino all'arrivo dell'Inverno, quando i canali e i corsi d'acqua che attraversano la città diventano vere e proprie strade da attraversare per risparmiare tempo.


Inutile dire di quanto bella sia questa città, e non a torto direi che il cittadino Putin avrebbe voluto riportare la capitale della Russia qui. Ricca di palazzi eleganti tutti con una storia e una famiglia blasonata di cui raccontare.


Musei, chiese ortodosse, case da tè e cafè che hanno mantenuto il fascino dei tempi d'oro dell'Impero Russo quello degli zar. L'oro, quello che svetta verso in cielo dalle cupole delle chiese, oro vero, e come dicono da queste parti: È tutto oro quello che luccica.


Anche il panorama gastronomico offre tantissimo, e non avrei mai creduto di poter dire che si mangia davvero bene, quasi sempre i prodotti sono locali e di stagione, come da Hamlet + Jacks, con chef giovanissimi e brigata di cucina attenta e precisa.
Ci siamo organizzati con una guida privata per tre giorni a nostra disposizione secondo i nostri tempi con autista privato, che consiglio assolutamente per la comodità sia di non dover perdere tempo con i mezzi pubblici e il traffico che con il saltare le file nelle maggiori attrazioni come i palazzi d'Estate di Pietro e di Caterina per fare un paio di esempi.


Abbiamo alloggiato in un hotel centralissimo il Pushka Inn, sulla Moika, tra l'Hermitage e la Neskvy Prospekt, dove le colazioni erano favolose e per la nostra compagna di viaggio Stefania, anche ottimamente gluten free. Tra le varie cose mangiate e assaggiate ci sono state queste strane frittelline, che non tradurrei con pancake anche se è quello che fanno i Russi stessi, e direi che sono state tra i "pezzi " di colazione preferiti, inondati di fantastica smetana (panna acida). Al ritorno cercando tra i miei libri di cucina russa a disposizione non trovavo nulla che mi ricordasse questi dolcetti, e così ho scritto al Pushka Inn per avere lumi e ho scoperto che si chiamano Syrniky e mi sono ripromessa di rifarli al più presto per poter poi scrivere sul blog qualche cosa su questa magnifica città che è San Pietroburgo!
I Syrniky si fanno con un formaggio simile alla ricotta ma molto più "asciutto" e leggermente acidulo che si chiama Tvorog, che qui è praticamente impossibile da trovare, ma diciamo che più che sostituirlo con la ricotta è preferibile il Quark, proprio perchè ha quella nota acida che si avvicina di più al Tvorog.


Dirvi che sono di una facilità assurda da fare è quasi banale, ma per convincervi credo che la cosa migliore sia quella di provare a farli.


A me piace molto l'abbinamento con panna acida e confettura di frutti rossi, ma vi assicuro che con una buona panna montata, o una crema o cioccolato fuso danno comunque un buon risultato per iniziare bene la giornata.


SYRNIKY
per 8 pezzi

450 g di formaggio Quark
2 uova medie
2 cucchiaio di olio di mais
4 cucchiai di zucchero
80 g di farina
1/2 cucchiaino di lievito per dolci
1 cucchiaino di estratto di vaniglia

4-5 cucchiai di olio di mais per friggere

In una ciotola con una forchetta lavorate il formaggio in modo da renderlo liscio, aggiungete lo zucchero, le uova, l'olio, la farina, il lievito e l'estratto di vaniglia e mescolate bene tutto con una frusta in modo da amalgamare bene tutti gli ingredienti.
Scaldate l'olio in una padellina e quando sarà a temperatura, mettete a fiamma media il fuoco, prelevate l'impasto con un cucchiaio porzionatore da gelato e versatelo nella padella, quattro pezzi alla volta, fate cuocere per 4-5 minuti e poi con una spatola girate i Syrniky e fate cuocere dall'altro lato.



 Mettete in un piatto con carta assorbente da cucina e continuate a cuocere gli altri Syrniky.
Servite caldi con panna acida, o crème fraiche insieme a confetture di frutta che più preferite.


Syrniky del Pushka Inn

martedì 9 ottobre 2018

ACQUA ALLO ZAFFERANO E LIME - SAFFRON LIME WATER e lo ZIO di Persia



Avevo finito le mie scorte di Zafferano Persiano preso a Kashgar in Cina e anche quello preso in un stand del padiglione Persia all'Expo di Milano e già mi struggevo per dove trovarlo che non mi costasse un occhio della testa, perchè diciamocelo, lo Zafferano quello vero, di qualità costa e anche tanto! Non parliamo delle bustine di polverina, che vendono al supermercato, ma di Zafferano con la Zeta maiuscola.
Poi, parlandone con Valentina, nostra signora di Profumo di limoni, mi sento dire: "E che problema c'è??? Te ne mando un po' io, di quello che mi rifornisce regolarmente lo zio Shafigh da  Shiraz (Shīrāz- cioè dalla Persia veramente, capite?")!!!". Ora immaginate la mia faccia che lei non ha visto perchè eravamo al telefono!!! Arriva per posta il miglior Zafferano che si chiama Negin, cose che probabilmente non avrei mai saputo, se non avessi avuto questo prezioso regalo!
Quindi si continua a fare risotti alla Milanese, ma sta per finire, e ricomincia la disperazione.
Un paio di settimane fa sono uscita con alcune amiche a cena in un ristorante diciamo "fusion medio-orientale" e da bere ci hanno portato una bevanda fresca allo Zafferano, da non confondere con lo Sharbat Zafran, tipica bevanda Persiana a base di Zafferano, lime e acqua di rose, che proverò appena trovo l'acqua di rose che dico io eh, e ci è piaciuta così tanto che ho voluto provarla.
Nella ricetta che ci hanno portato c'era lo zucchero, ma chissà perchè ho voluto provare con il miele che secondo me viene usato di più dello zucchero in quelle zone del mondo, non è un dato di fatto sia chiaro, lo penso io ed il risultato, bevuto caldo come un infuso, mi è piaciuta, mentre sono convinta che servita fredda questa bevanda renda di più con lo zucchero. Insomma a voi la scelta!!!


Ah si certo lo zio di Persia non lo abbiamo tutti, ma spendendo un po' direi che in ottime drogherie e negozi di nicchia alimentari si trova dello Zafferano di ottima qualità.



ACQUA ALLO ZAFFERANO E LIME

500 ml di acqua naturale
1/2 cucchiaino di Zafferano Persiano in pistilli
50 g di miele se servita calda - 3 cucchiai di zucchero se servita fredda
succo di 1 lime
succo di 1/2 limone

fettine di lime per decorare

Fate scaldare l'acqua e poi mettete i pistilli di zafferano in infusione. Aggiungete e mescolate il miele. Lasciate raffreddare e versate il succo di lime e di limone e mescolate bene. Filtrate con un colino e servite caldo. Se invece volete berlo freddo usate lo zucchero e guarnite con foglioline di menta fresca e cubetti di ghiaccio e fettine di lime.

Enjoy!

venerdì 5 ottobre 2018

CAKE SALATO CON BROCCOLI senza glutine



Ora ad essere sinceri riconosco che finalmente sento l'Autunno, temperature miti, non calde, al punto che il mare è bello da guardare ma non da desiderare di farci un tuffo, arriva il vento che cambia gli odori dell'aria e piove, non sempre ma ogni tanto piove, dando a volte quel colore cupo al cielo, che ammetto mi piace, e  mi mancava. Sono una di quelle persone che ama tutte e quattro le stagioni dell'anno, non soffro il freddo, non mi angoscio se piove, adoro mettere i maglioni caldi e gli stivali da pioggia, per poi ammirare il ritorno della bella stagione e dell'Estate amo il sole e il poter tuffarmi nel mare blu, ma se mi manca questo ecco odio il caldo torrido e umido con le zanzare che in questo ultimo decennio sono aumentate purtroppo, quindi lasciare lo spazio a temperature più basse, all'ombrello e a colori diversi nella luce delle giornate non mi strugge.
Con tutto ciò ho riacceso il forno più volentieri, non che in Estate io sia tra quelli che lo mette a riposo, se ho da fare una focaccia  o un dolcetto per colazione non mi tiro indietro, se mai accendo il climatizzatore.
In questi giorni perciò sono tornati sui banchi del fruttivendolo i miei amatissimi broccoli e non manca settimana che non me li compri e li cucini. Complice l'acquisto di una buona ricotta di capra ad uno dei mercatini dei contadini che si tiene in città la domenica ho voluto preparare qualcosa che fosse buono ma allo stesso tempo un po' light, cotto al forno in una teglia da plum cake e senza olio o pane ho tirato fuori una cosa ottima se mangiata tiepida per cena, o anche fredda come accompagnamento ad un aperitivo.


Naturalmente senza glutine come la nostra THE RECIPE-TIONIST di questo mese, Stefania di Cardamomo & co., per ricordarvi che vi aspettiamo fino al 15 Ottobre, perchè so che saprete sorprenderci!!!


CAKE SALATO CON BROCCOLI senza glutine

per 4 persone (teglia 24 cm x 10 cm- 1,5 lt di capienza)

6 uova fresche
200 g di broccoli lessati
200 g di ricotta di capra ( ma va bene una buona ricotta di pecora o vaccina ben scolata)
100 g di Pecorino Siciliano grattugiato
sale
pepe nero

Prendete un bel pezzo di carta forno, accartocciatelo e passatelo sotto all'acqua corrente. Strizzatelo e rivestiteci la teglia da plum cake.
Preriscaldate il forno a 160°C.
In un terrina sbattete le uova con una frusta a mano, aggiungete i broccoli  lessati e leggermente schiacciati con una forchetta, mescolate e versate la ricotta, il Pecorino e sbattete con una forchetta. Salate e pepate. Versate il composto nella teglia e infornate per circa un'ora, o fino a quando vedrete la superficie dorata e cotta.


Enjoy!

mercoledì 3 ottobre 2018

CANNELLONI, HOMEMADE con spinaci e ricotta



Trovare notizie sulle origini dei cannelloni non è stato per niente facile, anzi direi che a parte le solite poche righe in cui si dice che risulta essere ricetta “antichissima”, ma antica quanto non si sa, è praticamente difficile sapere in realtà quando e come siano stati inventati.
Sono da generazioni uno dei piatti delle feste un po’ in tutta Italia, al nord nascono con la stessa sfoglia all’uovo delle lasagne, al sud viene usata la farina di semola di grano duro. Si fanno ripieni di “magro” con ricotta e spinaci, o belli ricchi con macinato di carne! Si ricoprono di sughi, ragù, salse e besciamelle, e non deludono mai nessuno.
Tornando alle origini di questa pasta ci sono dei cenni “relativamente” antichi nella prima metà dell’800 tramite un cuoco aretino, tale Giobatta Magi, che cita un “timballo di cannelloni”, ma già Vincenzo Corrado, nel suo ”Cuoco Galante” presenta qualcosa che si avvicina molto al cannellone come lo conosciamo noi, anche se in realtà si tratta di un grosso pacchero pre lessato, farcito con  carne e tartufi, terminato di cuocere in un sugo di carne.
Poi ho trovato una vera chicca**, gradevole da leggere, dove addirittura si parla di chi li ha realmente creati e dove, ma è una storia un po’ lunga, quindi vi lascio prima la ricetta che ho fatto io, seguendo un po’ i gusti di famiglia, e poi se vi va e siete curiosi avrete una bella storia, che non so se sia vera o no, ma è piacevolissima!!!



CANNELLONI AL FORNO

Per la pasta:
3 uova
300 g di farina debole

Per il ripieno:
150 g di mortadella
400 g di ricotta fresca
150 g di Parmigiano Reggiano grattugiato
1 uovo
200 g di spinaci lessati e strizzati
sale
pepe
noce moscata

Per il condimento:

Parmigiano Reggiano grattugiato

Per la besciamella lenta:

500 ml di latte fresco intero
40 g di burro
30 g di farina
sale
noce moscata
 
Fate fondere il burro a fuoco basso. Versate la farina, mescolate fino ad ottenere una crema liscia. Appena il composto accenna a schiumare (non deve prendere colore), versate 3/4  del latte. Raggiunta l’ebollizione, quando il composto comincia ad ispessirsi aggiungete il resto del latte, salate e pepate e aggiungete una grattugiata di noce moscata. Mescolate senza fermarvi. Tempo di cottura circa 15 minuti.
Dopo aver impastato e lavorato l’impasto di uova e farina, stendete la sfoglia sottile. Tagliate dei quadrati di circa 10 cm per lato.


Preparate il ripieno, mescolando l’uovo, la ricotta, il Parmigiano Reggiano, la mortadella tritata finemente, gli spinaci, il sale, il pepe e la noce moscata. Inserite tutto in una sac-à-poche.
Sbollentate pochi secondi in acqua leggermente salata i quadrati di sfoglia, stendeteli su un canovaccio di cotone.





Farcite da un lato i cannelloni, lasciando un paio di centimetri liberi, per aiutarvi nella chiusura. Arrotolate i cannelloni senza pressare.
Velate il fondo di una pirofila con la besciamella, sistemate i cannelloni uno di fianco all’altro e coprite con altra besciamella, fate un bello strato di ragù e spolverate con il Parmigiano. Gratinate in forno per circa 15 minuti a 180°C.

Serviteli caldi e buon appetito.



Alle ore tredici di un
giorno di agosto del 1924, quando il sole spaccava le pietre e tutto il paese
sembrava assopito in un’immensa colata di luce abbagliante che il riflesso del
mare trasformava in una nebbiolina evanescente, improvvisamente le campane della
chiesa del convento, fondato da San Francesco nel 1222, cominciarono a suonare
a  distesa, come nel giorno di Pasqua, al
momento della Resurrezione. Amalfi si scosse di colpo. Quale bella notizia
recava quel suono gioioso? Chi era per strada si voltò a guardare la torre del
campanile del convento come se dagli archi, oltre al dondolare del battaglio
contro la campana, dovesse venir fuori anche il motivo di quel richiamo
festoso. I sagrestani del Duomo, di San Biagio e dello Spirito Santo credettero
a un evento straordinario e, senza nemmeno chiedersi la ragione di
quell’inatteso scampanio solenne, corsero anch’essi a suonare. Ormai era
diventato un giorno di festa. Ma che festa? Dai balconi la gente se lo
chiedeva, ma nessuno sapeva rispondere. Si vedevano preti trafelati e
inconsapevoli correre alle loro chiese per conoscere la lieta novella.
L’annuncio di un concilio? La nomina di un vescovo? Solo al vecchio convento
sapevano. La chiesa del convento è rimasta tale e quale com’era, come
la volle il poverello d’Assisi, che ad Amalfi restò due anni col suo compagno
fra’ Bernardo di Chiaravalle. Edificò il convento per l’abitazione dei monaci e
un chiostro bellissimo. Poi ci furono le varie espropriazioni e, in seguito al
concordato di Terracina, dei 1818, tra i Borboni e la Chiesa, il convento cessò
come casa religiosa e passò in proprietà alla parrocchia di Santa Maria Assunta
della frazione Pastena di Amalfi. Ed è tuttora di sua esclusiva proprietà,
nonostante le cause intentate dai frati conventuali.La parrocchia dette il
convento in affitto alla famiglia Barbaro con l’obbligo della cura della chiesa
annessa: messa alla domenica, funzioni religiose secondo le regole episcopali,
il rosario all’ora dei vespri, la nomina di un cappellano, tutto come se ci
fossero ancora i frati. I Barbaro, gente devota, hanno mantenuto sempre fede ai
patti. Del convento, prima fecero una locanda, poi un albergo, l’Hòtel Luna.
Ancora oggi, dopo più di un secolo e mezzo, locatore e affittuario non sono
cambiati. L’albergo, che ha anche un’ala nuova modernissima, conserva nella
parte vecchia l’antica struttura. Le celle, hanno le
stesse porte di legno di allora, con i piccoli battenti e il finestrino a grata
per vedere chi bussa; la chiave della serratura è la medesima di un tempo: di
ferro, lunga, nera e rozza. Le camere sono monacali nel senso più stretto della
parola, allineate su due piani: uno a livello del chiostro, l’altro sotto.
Alla sera e alla notte solo una luce molto fioca e schermata consente di
orientarsi in quella semioscurità quieta e mistica. Un silenzio fatto di pace e
di solitudine sembra scendere dal cielo: quando è stellato e c’è la luna piena,
le bifore del porticato appaiono maestose e insieme lontane mille anni dal rumore
e dalla violenza delle città, suscitando un bisogno di bene e talvolta, in
quella beatitudine, un senso di rimorso. Ma anche passioni d’amore così forti
da sembrare irripetibili. Un vero incantesimo. I forestieri ne restano rapiti,
muovendosi con circospezione, come se appartenessero a un ordine religioso.
Incontrandosi si salutano con inchini appena accennati, parlano bisbigliando,
chiudono le porte con delicatezza da certosino. I servizi, i bagni, il
guardaroba sono ricavati nella cella attigua così che, se prima, ai due lati
del chiostro c’erano ventiquattro monaci in ventiquattro celle, oggi ci sono
dodici celle sopra e dodici al piano inferiore. L’arredamento rispetta la
tradizione: nelle celle tutto è rimasto povero ma pacatamente elegante: dov’era
il giaciglio con ai due l’inginocchiatoio e la sedia, c’è un letto più ampio
che va quasi da un muro all’altro, lindo e molto sobrio, se così può dirsi. Ai
due piedi due poltroncine e, contro la parete, un tavolinetto cosiddetto
“fratino”. Da un finestra piccola con le 
imposte dipinte in
verde, si vede un mare immenso, da Capo d’Orso a Capri, il golfo di Salerno e
il golfo di Napoli, i Faraglioni e nelle giornate chiare e splendenti perfino
la Sardegna, dicono i marinai. Certo i monaci sapevano vivere e San Francesco
sapeva scegliere i luoghi dei conventi. Ma torniamo alle campane. Amalfi è
tutta spalancata sul mare, cinta e chiusa alle spalle da una catena di monti
che ai tempi del suo splendore repubblicano ne taceva una fortezza imprendibile
da parte dei corsari nelle loro varie incursioni. A una estremità del paese,
quella di destra, con la torre saracena, c’è l’Hòtel Luna; mentre all’estremità
sinistra, posto in alto c’è il famoso Cappuccini, l’albergo ultrasecolare di
fama mondiale. Convento anch’esso, con chiostro e celle, un lungo viale con
colonnato a reggere il pergolato che fa da tetto con le foglie delle viti e,
nella stagione giusta, i grappoli d’uva. Ai bordi, rampicanti di bouganvillee e
gerani. Qui i monaci cappuccini, passeggiando, recitavano preghiere, leggevano
il breviario e ringraziavano il Signore per quella vita serafica e piacevole.
Anche il Cappuccini, dal 1826, fu dato alla famiglia Vozzi, che ancora oggi ne
ha mantenuto lo stile. La sala da pranzo è il vecchio refettorio, e all’ora dei
pasti suona la vecchia campanella dei frati. E’ sospeso sul mare, in una grande
cornice verde, in mezzo ad un bosco rigoglioso, fra aranceti, rose e aiuole di
begonie. Fino a pochi anni fa, prima che vi fossero istallati gli ascensori, vi
si accedeva da una rampa pedonale dove le persone anziane salivano in
portantina. E qui comincia lo `spettacolo. L’ultimo dei Vozzi – don Alfredo – un
uomo alto, magro, biondo ancora in tarda età, dal portamento signorile, vestito
con una eleganza sobria e un po’ négligée, pieno di charme, poliglotta,
somigliante per pietà a Lawrence d’Arabia e per metà al Kaiser, era amico di
re, di poeti, di scienziati e di artisti. Oggi si direbbe un gran manager:
niente affatto, solo uno stravagante padrone di casa, pieno di fascino. Tale
era la simpatia che ispirava che, per un Capodanno, si dettero convegno quattro
re che aspettarono la mezzanotte del 31 dicembre insieme a Salvatore Di Giacomo
e Guglielmo Marconi, questi ultimi ospiti abituali di don Alfredo. Una reggia e
un’accademia di arte e di scienza? Tutt’altro. Solo una casa di amici. Don
Alfredo aveva qualche disturbo di vecchiaia, ma essendo sempre stato una
quercia, insofferente del più piccolo fastidio, era diventato nevrastenico. Si
considerava malato, ma non lo era.  Una
civetteria da vecchio signore. Passava molte ore a letto e quando si alzava
sedeva sotto il pergolato a ricevere gli ospiti. Fumava rabbiosamente sigari
toscani, ma  più  che
fumare, dopo  averli  accesi, li
stritolava  coi denti e li buttava
via. Per oltre trent’anni non era mai sceso in paese. Per gli amalfitani era un
mito. Aveva molte stranezze: ogni sera mandava al capitano del piroscafo che
faceva servizio per Napoli, un dolce o un altro piatto squisito perché, al
mattino alle sette, alla partenza del vapore, non suonasse la sirena che
avrebbe svegliato i clienti. Una piccola innocente corruzione e una riguardosa
attenzione. Quando invitava qualcuno a colazione a un certo punto, stufo di una
pietanza, diceva: “basta”. Ed esigeva che anche il commensale
smettesse. Per sé non voleva il cambio dei piatti, ma mangiava le varie
pietanze in un piatto solo, ammonendo ogni volta il cameriere: “Alla
borbonica”. Cosa c’entravano i Barboni non si sa. Come se quella dinastia
avesse avuto la stessa strana abitudine. Non usava il coltello, ma uri
temperino che teneva in tasca. Fisime e nevrastenie messe insieme. Però quando
vedeva che, dalle rampe, salivano a piedi o in portantina “nuovi
arrivi”, si rinvigoriva e, pur facendosi sorreggere (per modo di dire) dai
due fedeli facchini – Andrea Torre e Giuseppe Dipino – si metteva in cima alle
scale a ricevere gli ospiti. Qui cominciava la grande scena. Bello, dritto e
solenne, scortato dai due inservienti in tenuta turchina, don Alfredo, con uno
scialletto viola sulle spalle, accoglieva i forestieri. Dopo aver accennato un
inchino, diceva: “Un vecchio infermo si alza dal proprio letto per dirvi
bene arrivati ai Cappuccini”. A quelle magiche parole, l’amore scoppiava
improvviso e i clienti, anziché un giorno, rimanevano mesi e tornavano negli
anni seguenti. Altro che “pubbliche relazioni”: questo era cuore e
intelligenza. E la storia della campana? Finalmente ci siamo arrivati. I
rapporti tra i due alberghi – l’Hòtel Luna e l’Hòtel Cappuccini – erano di
reciproco rispetto e di cavalleresca lealtà. Tutte e due le
“dinastie” alberghiere – i Barbaro del Luna e i Vozzi dei Cappuccini
– avevano mantenuto una regola a cui non vennero mai meno. Quando la cucina di
uno dei due alberghi inventava un piatto nuovo, il primo assaggio e il giudizio
spettavano all’altro. Così avvenne quel giorno dell’agosto 1924. Lo chef,
Salvatore Coletta, dopo vari esperimenti mantenuti segreti, approntò un piatto
che presentò personalmente a don Alfredo. Vi aveva lavorato per mesi e gli aveva
dato anche un nome: cannelloni. Allineati nel piatto di portata, avevano un
profumo sublime e colori vivaci. Don Alfredo ne assaggiò uno, sgranò gli occhi
e disse solo: “Bravo, Salvatore, per me è una cosa divina. Occorre però il
giudizio dell’Hòtel luna. Mandateli subito a don Andrea Barbaro”. Il messo partì di volata. Don Andrea, comunemente chiamato “il padrone della
Luna”, era un celebre buongustaio: pesava centotrenta chili. Assaggiò,
dette un urlo, spazzò via tutto il piatto voracemente e alzatosi, col
tovagliolo ancora appuntato al collo, detto ordine di suonare a gloria le
campane della chiesa del convento. Per lui l’invenzione dei cannelloni era un
evento straordinario da festeggiare, una grande conquista culinaria degna di
essere comunicata al popolo. Il sagrestano lo guardò timido. Enorme, con voce
perentoria, don Andrea non volle saper storie: “Corri.’ disse “fai
presto, non fare il fesso. Lo sai che oggi è nato un grande piatto?”. Il
brav’uomo obbedì. Don Andrea era esultante come la notte di Natale per la
nascita del Bambino Gesù. Lo scampanio improvviso giunse ai Cappuccini. Don
Alfredo notò sulla terrazza dell’Hotel Luna uno strano sventolio. Prese il
binocolo e vide: era tutto il personale del Luna che taceva festa sventolando i
tovaglioli. L’onore delle armi al concorrente vincitore. Intanto tutte le
campane di Amalfi continuavano a suonare. Certo, dopo l’invenzione delle
bussola quella dei cannelloni è l’altro vanto della città. A Londra, a New
York, nel mondo li mangiano ma non ne conoscono la storia, forse nemmeno in
Italia. Salvatore Coletta resta un signore sconosciuto che non c’è più. Dio
l’abbia in gloria.”.





lunedì 1 ottobre 2018

CONIGLIO con SALSA AL ROSMARINO di NONNA ITALIA



Il coniglio di Nonna Italia l'ho scoperto quando la Primavera scorsa la Valentina di Profumo di limoni  viveva il suo "mese felice" da THE RECIPE-TIONIST, ed io amando tanto la carne di coniglio, ma non mangiandola mai perchè a casa sono l'unica, non mi decidevo mai a tirare fuori dal freezer quel bel coniglio ruspante cresciuto sull'Appennino Tosco-Emiliano.
Poi è balzata agli onori della cronaca questa ricetta e così ad inizio Estate l'ho preparata e a conti fatti devo dire  che ho fatto bene e senza vergogna ammetto anche che nel giro di due pasti me la son fatta fuori tutta da sola. LA SODDISFAZIONE PROPRIO!!!


Dunque siamo ad Autunno appena iniziato, e visto che grazie al mio THE RECIPE-TIONIST se ne vedono, ma soprattutto scoprono delle "troppo buone", beh non perdete l'occasione DI APPROFFITARNE e di andare da Stefania!!



CONIGLIO con SALSA al ROSMARINO di NONNA ITALIA ( di Profumo di limoni)

1 Coniglio, a pezzi
1 foglia di Alloro
Sale fino
Olio extra vergine di oliva
Aceto di vino rosso
Rosmarino fresco
4 spicchi di Aglio
2 bicchieri di Vino bianco
3 filetti di Acciughe sott'olio

Fate cuocere in un tegame aggiungendo poca acqua per volta i pezzi di coniglio, aromatizzando il fondo con aglio e alloro, e regolando di sale man mano. Si può pensare di alternare l’aggiunta di acqua con del vino bianco.
Versate sul fondo di un tegame posto su un fornello a fiamma media, un filo d’olio, uno spicchio di aglio e i pezzi di coniglio intiepiditi e scolati, e ancora 1 foglia di alloro.
Cuocete senza coperchio per 15/ 20 minuti, aggiungendo i bicchieri di vino bianco, uno per volta, e regolando ancora di sale se ce ne fosse bisogno.
Mentre il coniglio continua la sua cottura nel tegame, preparate in un mixer tritatutto piccolo un intingolo formato da parti uguali di aceto di vino rosso e olio extra vergine di oliva, 2 spicchi di aglio privati della camicia e dell’anima verde interna che li rende indigesti, due filetti di acciuga scolati dall’olio di conservazione in barattolo, e tantissimo rosmarino fresco (gli aghi) fino a riempimento del bicchiere del mixer. Create una emulsione frullando questi ingredienti (io ho utilizzato il frullatore ad immersione).
Alzate la fiamma sotto il tegame del coniglio, e versare l’intingolo verde appena ottenuto sulle carni, girandole con delicatezza per non far staccare la polpa dall’osso e rosolando il coniglio su tutti i lati, si creerà una crosticina deliziosa che vi farà leccare anche le dita.
Servite caldo.


NOTE di Valentina

Questa storia della foglia di alloro che va spezzata è una eredità tramandata da mia nonna, ma non ne conosco il motivo… la foglia di alloro va spezzata. E io ho seguito il consiglio e la tradizione della famiglia di Valentina, di certo si sprigiona ancora di più il profumo di alloro!

lunedì 24 settembre 2018

SIU MAI...i ravioli cinesi con carne di maiale TAKE-AWAY


Adoro fare la pasta fatta in casa, e credo che se date un'occhiata QUI possiate rendervene conto! Anzi direi che visto che l'Estate torrida sta lasciando spazio a dolci e piacevoli giornate in cui vado lo stesso al mare, sto riprendendo il mio tagliere da impasto e tirando fuori le farine dal frigo. Avete letto bene, i primi di Maggio inizio a conservare le farine in frigorifero per evitare il proliferarsi di quelle farfalline odiose che ad ogni Estate facevano capolino nella mia dispensa, obbligandomi a buttare via troppe cose, così ho trovato l'espediente per evitare ecatombi.
La ricetta che pubblico oggi l'ho fatta tempo fa, quando il cavolo verza era di stagione, e ho aspettato appunto che fosse nuovamente il periodo in cui ricomincia a fare capolino dai banchi del fruttivendolo per proporvela.
Della cucina cinese ve ne avevo brevemente parlato con questi  ravioli cinesi , e rieccomi a riproporre sempre pasta ripiena; in Cina esistono centinaia e centinaia di ricette su questo tipo di pasta tanto che molti vengono chiamati Siu Mai, che letteralmente significa " a portar via", proprio perchè vengono venduti per strada e prodotti in continuazione.
Il ripieno che ho usato io non è una ricetta originale, almeno io penso non lo sia, sono andata a gusto personale, ma sono convinta che in qualche famiglia cinese ci sarà chi li fa come i miei. Cinese però è sicuramente la forma, una di quelle che a mio avviso ho visto più spesso e che mi piace anche tanto esteticamente. Non sono difficili da fare, basta prenderci la mano.




SIU MAI con RIPIENO DI MAIALE E VERZA


Impasto per i ravioli   

280 g di farina macinata a pietra molino Rossetto (ma va benissimo anche un 00)
175 ml di acqua bollente**
maizena per spolverare il piano di lavoro

**Poichè l'acqua è caldissima io per impastare gli ingredienti uso la planetaria.
Versate nella ciotola della planetaria con il gancio K la farina e poi aggiungente lentamente l'acqua.
Lavorate il tempo che l'acqua sia stata assorbita dalla farina, dovete ottenere un impasto morbido ma tenace, quindi eventualmente valutate se va aggiunto un cucchiaio di acqua o di farina. Impastate qualche secondo, giusto il tempo che l'impasto sia ben amalgamato e non sovra lavorate l'impasto. Deve risultare liscio, ma elastico. pressate l'impasto con un dito, deve ritornare inddietrro, ma lasciare una lieve impronta.
Formate una palla ed inseritela in un sacchetto per alimenti, eliminando l'aria prima di chiuderlo bene, in alternativa avvolgete in pellicola trasparente.
Mettete da parte a temperatura ambiente a riposare minimo 20 minuti massimo due ore.
Dopo questo riposo potete fare i ravioli, oppure metterla in frigo tutta la notte, ricordandovi però prima di lavorala di riportarla a temperatura ambiente.

Spolverate della maizena sul piano di lavoro e stendete l'impasto con il mattarello ad uno spessore di 2-3 mm circa.


Con un coppa pasta di circa 10 cm di diametro formate i cerchi di impasto e per tenerli freschi teneteli coperti con un panno umido.

Per il ripieno 

350 g di lonza di maiale tritata
5 foglie di verza, sbollentata e tritata fine
1 cucchiaio di olio di sesamo
1/2 spicchio di aglio (grattugiato fine)
1 cucchiaio di zenzero fresco(grattugiato fine)
2 cucchiai di salsa di soia 

In una padella larga soffriggete nell'olio di lino l'aglio e lo zenzero, aggiungete le foglie tritate finemente di verza e la carne di maiale, e fate cuocere bene, aggiungete la salsa di soia. Mescolate e cuocete a fuoco vivo. Assaggiate si sale e se serve aggiungete qualche altra goccia di salsa di soia.
Spegnete, fate raffreddare e frullate tutto. 

Fate i ravioli

Poggiate su metà dischetto di impasto un cucchiaino di ripieno, inumidite i bordi della pasta con un velo di acqua e chiudete a mezzaluna, pressando bene. Prendete il raviolo in mano e con l'aiuto delle dita "arricciate" i bordi.
Posizionate ogni raviolo sul cestello di bambù, sul cui fondo avrete posizionato un disco di carta forno.
Completati i ravioli, mettete sul fuoco una pentola abbastanza capiente da contenere i cestelli impilati di bambù, con due dita d'acqua e portate a bollore. Inserite i cestelli, spegnete il fuoco, coprite con il coperchio e lasciate che i ravioli siano cotti.



Accompagnateli con della classica salsa di soia, ma anche con delle verdurine croccanti vicino.

Enjoy

lunedì 17 settembre 2018

MAINE SHRIMP CHOWDER ...MY WAY- Zuppa di gamberetti ispirata dal Maine



Dalle foto sembra chiaro che qua siamo ancora in Estate, quella di Settembre piacevole, tranquilla, ma che già accorcia le sue giornate, con le scuole aperte, e il sentore di un Autunno ancora un po' lontano, anche se dall'Etna iniziano ad arrivare i primi profumatissimi funghi Porcini.
Eppure la ricetta che segue mi è stata ispirata comprando dei bei gamberetti freschi, pensando al Maine e ai magnifici colori Autunnali che già staranno iniziando a colorare gli alberi, i boschi, i parchi e le campagne del New England, terra in cui la clam chowder è più famosa, ma in questa parte del Nord America esiste anche un'ottima e meno famosa "Shrimp Chowder", io l'ho leggermente. Modificata perchè non avevo un bel porro in casa  e anche perchè ho aggiunto 1 cucchiaino di olio extra vergine di oliva, e non mi pento assolutamente di questi minimi cambiamenti.
Oltre ad essere facilissima a mio avviso risolve un pranzo come piatto unico, ma è anche un'idea da tenere in considerazione se ad una cena di pesce non si vuol proporre un primo a base di pasta o risotto. E per di più è anche senza glutine!!!



MAINE SHRIMP CHOWDER (my way)
per 4 porzioni

1 kg di gamberi freschi (con il carapace*)
2 lt d acqua
100 g di pancetta a strisce leggermente affumicata
60 g di scalogno finemente affettato (my way, in realtà ci vorrebbe un porro)
700 g di patate
60 g di burro
200 ml di panna fresca
1 cucchiaio di olio extra vergine di oliva (my way, non lo usano!)
sale e pepe nero macinato al momento
prezzemolo tritato per servire


Sbucciate i gamberi (* di solito lo faccio fare al pescivendolo, a cui chiedo di conservarmi i carapaci), metteteli in una ciotola, coprite e mettete in frigo a raffreddare bene.
In una pentola mettete i carapaci dei gamberi e cuoceteli nell'acqua facendo sobbollire per 10 minuti.
Filtrate questo "brodo" e mettete da parte.
In una padella versate la pancetta e fatela rosolare per un minuto circa, aggiungete lo scalogno con il cucchiaio di olio extra vergine di oliva e quando inizia a diventare morbido, circa 5 minuti, aggiungete le patate, mescolate e fate cuocere 7-8 minuti. Aggiungete metà del brodo di carapaci, mescolate nuovamente e coprite con un coperchio facendo cuocere per 10-15 minuti, fino a quando le patate non saranno tenere, spegnete il fuoco. Prelevate 1/3 delle patate stando attenti a non prendere anche la pancetta e frullatele con un frullatore ad immersione e versate nuovamente nella zuppa, coprite e mettete da parte.
In un tegame abbastanza capiente sciogliete il burro a fuoco medio, alzate il fuoco e aggiungete i gamberi belli freddi, versate la panna , mescolate e portate a bollore, lasciate bollire circa 30-40 secondi. A questo punto versate i gamberi con il loro mix nella zuppa di patate e pancetta e mescolate bene. Assaggiate di sale e macinate un bel po' di pepe nero. Coprite con un coperchio e lasciate riposare 10 minuti.
Servite in ciotole da zuppa con qualche foglia di prezzemolo.

Note:
questa zuppa può anche essere congelata, basterà scongelarla e scaldarla. Mescolate bene e servite.


Enjoyyyyyy!



venerdì 14 settembre 2018

VICTORIA- BRITISH COLUMBIA



Un viaggio di tre anni fa, ma difficile da dimenticare, soprattutto quando da Tofino siamo giunti nella magnifica e così "royal" Victoria, capitale della British Columbia!
La città che prende appunto nome dalla grande regina Victoria, ricordata in tutta downtown sia nelle costruzioni di alcuni palazzi, compreso il Parlamento che dai ricchi e favolosi tè del pomeriggio!
Il tempo in quei primi giorni di Settembre non è stato al massimo, spesso la pioggerellina l'ha fatta da padrone, ma complici i miei rainboots e un paio di comodi ombrelli fornitici dall'Hotel non ci siamo scoraggiati.



Il pomeriggio appena arrivati siamo andati di corsa fuori città a visitare i giardini tra i più belli mai visti, i Butchart Gardens e la pioggia ci ha dato tregua, è stata una passeggiata rilassante e piacevolissima, tra migliaia e migliaia di coloratissimi fiori, un luogo creato da un'appassionata Jennie Butchart più di 100 anni fa che è passato di generazione in generazione diventando ad oggi un "National Historic Site of Canada"!


I ristorantini sono in continuo fermento, molti utilizzano solo ed esclusivamente prodotti locali e come altrove abbiamo mangiato sempre bene, che fosse per uno spuntino o una cena, come il "10 Acres Farm", dove i prodotti utilizzati sono prodotti dalla loro fattoria e anche molto vicino al nostro ottimo Hotel il "Magnolia Hotel" vicinissimo al Parlamento della città che è nel centro storico dove poter visitare e girare tranquillamente a piedi, tanto che la mattina seguente abbiamo consegnato la macchina che ci aveva accompagnato per tutto il viaggio dalla partenza a Calgary. Nello stesso pomeriggio abbiamo visitato la Chinatown di Victoria carina e ricca di birrerie e bistrot.
Il giorno lo abbiamo dedicato al centro della città con il Parlamento bellissimo con visita guidata,che è anche un museo della città e dello Stato  e del centro storico nelle strade  piene di carinissimi negozi e boutique e dove è facilissimo infierire con lo shopping senza alcun ritegno per le carte di credito.


Visita assolutamente da fare perchè oltre che essere un sito storico è proprio bello da vedere è il Fairmont Empress Hotel, ormai avrete capito che i Fairmont in Canada durante questo viaggio me li sono visitati tutti perchè sono qualcosa di spettacolare ovunque vi troviate, anche se non ci alloggiate, ma hanno negozi, cafè, ristoranti che meritano, (e non mi vergogno a dire che un buon tè ce lo siamo bevuti anche in quello di Shanghai in Cina). La cosa migliore in assoluto da non perdere in questo Hotel oltre a girarlo e visitarlo è appunto il tè che potrete fare dalla mattina fino alle 18, e considerate di saltarci un pasto perchè non avete idea di cosa vi servono oltre al tè, noi non avendo calcolato bene i tempi ce lo siamo persi e non potete capire quanto io ci sia rimasta male, ma e qui il MA dà grandi speranze, abbiamo rimediato alla grandissima al Fairmont di Vancouver che vi racconterò alla prossima puntata.



Altra zona  da visitare a Victoria è dove si trovano le case galleggianti al Victoria Harbour, coloratissime, vivaci, allegre e avendo anche avuto la fortuna che finalmente il sole ha deciso di uscire vi assicuro che è davvero una passeggiata piacevole, tanto che viene voglia di sognare di comprare una di queste case e farci un B&B.




Altro posto da vedere è sicuramente il Beacon Hill Park, sul mare, con i totem altissimi della First Nation.





Unica pecca forse da parte nostra è stato passarci solo tre notti in una città così bella, però ad essere onesta benché si trovi dall'altra parte del mondo sento che ci tornerò perchè a noi quel lato del mondo è piaciuto davvero tanto e ci è restato nel cuore.




TRAVELS NOTES:

-HOTEL MAGNOLIA: eccellente il servizio, favolose le camere, con parcheggio se siete in auto.

-FAIRMONT EMPRESS HOTEL: DA NON PERDERE, soprattutto il tè nell'antica sala con servizio indimenticabile

-BUTCHART GARDENS: meritano assolutamente una visita, e non preoccupatevi se piove, forniscono ombrelli trasparenti comodi, parcheggi infiniti, bar, cafè, negozi e ristoranti ottimi, e per tutto lanno, TUTTO l'anno ripeto troverete fiori colorati.

-10 ACRES RESTAURANTS:a km zero, consigliato perchè oltre alla qualità dei prodotti anche il risultato in cucina è stato al TOP.

-HOUSE OF PARLIAMENT: molto interessante, che offre un quadro completo della storia di tutto il British Columbia come stato del Commonwealth (foto dell'attuale sovrana, Elisabetta si sprecano).

-FLOAT HOMES: una delle passeggiate più rilassate e piacevoli in città, CONSIGLIATISSIMA

-HISTORIC DOWNTON:bellissima

-BEACON HILL PARK: consigliatissimo